Ultimo aggiornamento: 17 gennaio 2025
⚠️ Emergenza a Gaza
Aggiornamenti dal campo
A oltre un anno dall’inizio del conflitto, Israele e Hamas sembrano aver concordato un cessate il fuoco che prevede la fine dei bombardamenti, il rilascio degli ostaggi e l’ingresso di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza.
Tuttavia, la situazione a Gaza e in Cisgiordania resta drammatica. Ordini di evacuazione continui, inondazioni che devastano ciò che resta delle abitazioni, bombardamenti che colpiscono i campi per sfollati e gli ospedali, il freddo dell’inverno che avanza: ogni giorno trascorso ha aggiunto un nuovo capitolo a quella che è una delle peggiori tragedie umanitarie dei nostri tempi. Per migliaia di palestinesi, le condizioni di vita restano estremamente precarie, a causa dei frequenti spostamenti interni e della ricerca disperata di un alloggio sicuro.
Il cessate il fuoco rappresenta una tregua essenziale, ma arriva dopo oltre 400 giorni di violenza, con pesanti sofferenze per i civili. Non basta una pausa temporanea: serve un impegno duraturo per permettere alle persone di ricostruire, ritrovare dignità e affrontare le perdite subite.
La nostra richiesta resta invariata: un cessate il fuoco permanente. Se non l’hai già fatto, FIRMA QUI anche tu per l’appello internazionale.
I numeri della crisi, ad oggi:
- Oltre 45.059 persone uccise.
- Più di 107.041 feriti, tra cui 12.561 bambini.
- Oltre 10.000 persone risultano disperse.
- Quasi il 60% degli edifici di Gaza è stato danneggiato o distrutto.
- L'80% delle strutture commerciali è stato distrutto.
- Più di 800 scuole sono state bombardate o distrutte.
La crisi sanitaria a Gaza: ospedali sotto assedio e attacco al diritto alla salute
L’assedio e i bombardamenti hanno devastato gran parte delle infrastrutture sanitarie in tutta Gaza. Delle 36 strutture ospedaliere presenti all’inizio del conflitto, solo 16 sono ancora operative, e tutte soffrono gravi carenze di carburante. Ventilatori, incubatrici e altre apparecchiature essenziali rischiano di spegnersi, mentre i servizi sono stati già ridotti in diverse strutture.
Gli attacchi agli ospedali e al personale medico da parte delle forze israeliane rappresentano una violazione diretta del diritto umanitario internazionale, che tutela le strutture sanitarie come zone neutrali di sicurezza. Non si è trattato di danni collaterali o episodi isolati: sono stati atti deliberati che hanno privato milioni di persone dell’accesso a cure salvavita, compromettendo la loro capacità di sopravvivere in condizioni già disperate.
Da oltre due mesi il nord della Striscia di Gaza è stato tagliato fuori da rifornimenti essenziali di cibo, carburante e medicinali, stretto in una morsa d’assedio dall’esercito israeliano. Dopo gli ultimi attacchi che hanno colpito il Kamal Adwan e l’Indonesian Hospital, rispettivamente il 27 dicembre e il 2 gennaio scorso, l’ospedale della Fondazione Al-Awda, nostro ente partner, rimane l’unica struttura sanitaria attiva in quest’area, l’ultima speranza per circa 75.000 persone di accedere a cure mediche salvavita.
Nonostante il pericolo, il personale dell’ Al-Awda ha scelto di restare e portare avanti il proprio lavoro. Ma il prezzo da pagare è stato altissimo e abbiamo ricevuto delle notizie che mai avremmo voluto sentire. Lo scorso 12 dicembre, un medico dell’ospedale, un nostro collaboratore, è stato ucciso mentre si recava al lavoro, colpito durante un attacco.
Il 15 gennaio, mentre si ultimavano i dettagli dell’accordo per il cessate il fuoco, Fatin Shaqoura-Salha, responsabile del personale infermieristico dell’ospedale Al-Awda a Nuseirat, ha perso la vita insieme al marito e ai loro figli. Un bombardamento ha distrutto la loro casa, a poche ore dall’annuncio della tanto attesa tregua.

“Gli operatori sanitari sono protetti dal diritto internazionale e non dovrebbero mai, in nessun caso, essere presi di mira,” ha dichiarato un portavoce della Fondazione Al-Awda.
Nonostante la gravità dell’accaduto, il personale ha continuato a lavorare in condizioni disperate. Il Dr. Mohammad Salha, direttore ad interim, ci ha raccontato di 38 pazienti ricoverati, tra cui una donna che aveva appena partorito. “Non possiamo evacuare. Non ci sono ambulanze. Non possiamo lasciare queste persone senza cure,” spiega Salha, mentre i bombardamenti si facevano sempre più intensi “le forze di occupazione israeliane stanno bruciando case, sparando a caso all’ospedale nei suoi dintorni oltre a lanciare bombe nel cortile”. Senza l’Al-Awda, i malati, i feriti e le donne in gravidanza non avrebbero più alcun punto di riferimento medico.
L’inverno diventa una minaccia per gli sfollati
Ad inizio gennaio, tempeste di pioggia e vento hanno allagato centinaia di tende precarie, trasformando l’inverno in una nuova emergenza per oltre 1,6 milioni di sfollati a Gaza, aumentando il disagio per le famiglie costrette a vivere sotto ripari costituiti da semplici teli di plastica.

Le conseguenze sono state devastanti: almeno otto neonati sono morti per il freddo nelle ultime settimane.
“Siamo in una zona molto fredda,” racconta Dareen, una madre sfollata. “La pioggia ha fatto filtrare acqua nelle tende. I materassi e le coperte sono bagnati, i vestiti pure. Non abbiamo un cambio, quindi aspettiamo che i vestiti si asciughino addosso.”
Nonostante l’urgenza, gli aiuti umanitari sono stati estremamente limitati. Secondo dati ufficiali, a dicembre solo 24 camion con materiali per ripari sono entrati nel centro e nel sud di Gaza, mentre nel nord, dove l’emergenza è più acuta, ne sono arrivati appena 136.
“Non solo i palestinesi affrontano il costante pericolo dei bombardamenti israeliani, ma ora rischiano anche di morire per il freddo e le piogge torrenziali,” denuncia Riham Jafari, coordinatrice di Advocacy e Comunicazione per ActionAid Palestina.
“Queste morti erano evitabili. Ma le restrizioni agli aiuti impediscono l’accesso a beni essenziali come coperte, tende impermeabili e vestiti caldi. I bambini vanno a dormire tremando in abiti bagnati, e l’arrivo dell’inverno non farà che peggiorare la situazione.”

Noi di ActionAid, insieme alle organizzazioni umanitarie operanti sul territorio, ribadiamo la necessità dell’ apertura di corridoi umanitari per far entrare beni di prima necessità come cibo, acqua, medicinali e materiali per ripari, oltre a un cessate il fuoco permanente che ponga fine alla catastrofe umanitaria.
“L’inverno non aspetta,” avverte Riham Jafari. “Senza un’azione immediata, i più vulnerabili – soprattutto i bambini – continueranno a pagare il prezzo più alto.”
Il nostro intervento, fino ad oggi
Grazie alla stretta collaborazione con i nostri partner locali, ai colleghi sul campo e al supporto dei nostri sostenitori, continuiamo a sostenere una popolazione che, nonostante le ferite, resiste.
Qui di seguito, i numeri aggiornati dei risultati del nostro intervento:
- Oltre 457.228 persone raggiunte direttamente con aiuti umanitari a Gaza.
- 219.916 persone hanno ricevuto aiuti alimentari distribuiti in varie aree di Gaza e Cisgiordania.
- 15.400 persone hanno ricevuto articoli non alimentari, tra cui 5.850 kit igienici e 3.800 vestiti.
- 47.458 persone persone sono state raggiunte con servizi di acqua e igiene.
- 5.500 bambini hanno partecipato ad attività educative grazie agli eventi "Hope Festivals" organizzati a Rafah da un gruppo di giovani di Gaza.
- 1.538 famiglie hanno ottenuto assistenza economica a Gaza.