La strada verso il Golfo: la storia di Aminat e delle donne etiopi che cercano un futuro migliore - ActionAid

Giugno 2026

La strada verso il Golfo: la storia di Aminat e delle donne etiopi che cercano un futuro migliore

Quando Aminat è partita dall’Etiopia aveva appena 17 anni.

Come molte giovani donne, desiderava costruire un futuro dignitoso per sé e per la propria famiglia. In un contesto segnato da disuguaglianze economiche, accesso limitato all’istruzione e poche opportunità lavorative, la migrazione appariva come una possibilità concreta per migliorare le proprie condizioni di vita.

La destinazione era Dubai. La promessa era quella di un lavoro e di un reddito che le permettesse di sostenere la sua famiglia.

Ma la realtà che trovò fu molto diversa.

Lavoravo in una grande casa, senza sosta, tutto il giorno”, racconta. “Non capivo la lingua e non riuscivo a comunicare con nessuno. Un giorno il datore di lavoro litigò con un’altra ragazza che lavorava con noi e la uccise. Quando mi mostrarono il suo corpo, svenni.

Scioccata e terrorizzata, Aminat riuscì a tornare in Etiopia. Ma, una volta rientrata, si ritrovò di fronte alle stesse difficoltà che l’avevano spinta a partire. Così, nonostante il trauma vissuto, decise di tentare nuovamente.

Anche questa volta il viaggio si trasformò in una situazione di sfruttamento.

Non potevo fare telefonate, incontrare amici o uscire di casa. Avevo con me il numero di mio fratello, ma non potevo neppure chiamarlo.

La storia di Aminat non è un caso isolato, perchè racconta di una delle principali rotte migratorie contemporanee tra il Corno d’Africa e la Penisola Arabica.

La Eastern Route: una delle principali rotte migratorie del Corno d'Africa

Negli ultimi anni centinaia di migliaia di persone etiopi hanno percorso la cosiddetta Eastern Route, attraversando Gibuti o la Somalia e poi lo Yemen per raggiungere i Paesi del Golfo, soprattutto Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

Secondo i dati più recenti disponibili dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), nel solo 2024 sono stati registrati oltre 446.000 movimenti lungo questa rotta migratoria. Le persone di nazionalità etiope rappresentavano il 96% del totale.

Per comprendere questo fenomeno è importante andare oltre gli stereotipi che spesso accompagnano le migrazioni. Le persone partono perché cercano opportunità, sicurezza, reddito, istruzione e condizioni di vita dignitose per sé e per le proprie famiglie.

Allo stesso tempo, la migrazione lungo la Eastern Route è alimentata da una forte domanda di lavoro migrante nei Paesi del Golfo, in particolare nel settore domestico e della cura. Le economie della regione dipendono in larga misura dal lavoro di milioni di persone provenienti da Africa e Asia.

Per molte donne etiopi, partire significa sperare in un reddito significativamente più alto rispetto a quello che potrebbero ottenere nel proprio Paese, anche fino a sette volte superiori rispetto a quelli disponibili in Etiopia.

Negli anni si sono inoltre sviluppate reti migratorie che collegano comunità etiopi e Paesi di destinazione: familiari, conoscenti, intermediari e agenzie di reclutamento contribuiscono a rendere la migrazione una possibilità concreta e conosciuta. Tuttavia, molte persone partono senza avere informazioni complete sui rischi del viaggio o sulle condizioni di lavoro che potrebbero incontrare.

Una rotta percorsa soprattutto da donne

Secondo UN Women, la grande maggioranza delle persone che migrano dall’Etiopia verso i Paesi del Golfo per motivi di lavoro sono donne. Molte trovano occupazione come lavoratrici domestiche, un settore essenziale ma storicamente poco riconosciuto e scarsamente tutelato.

Il problema non è la migrazione in sé. Migrare è un diritto e una strategia legittima attraverso cui milioni di persone nel mondo costruiscono il proprio futuro.

Le criticità emergono quando la mobilità avviene in contesti caratterizzati da profonde asimmetrie di potere, sistemi di reclutamento opachi, assenza di tutele efficaci e modelli economici che si reggono sul lavoro poco protetto e sottopagato di persone migranti.

Molte persone affrontano il viaggio attraverso canali irregolari, spesso attraversando lo Yemen, un Paese segnato da anni di conflitto armato. Lungo il percorso possono essere esposte a violenze, sfruttamento, detenzioni arbitrarie e abusi.

La pericolosità della rotta è confermata anche dai dati più recenti: secondo l’OIM, nel 2024 almeno 558 persone hanno perso la vita lungo la Eastern Route, molte delle quali durante la traversata del Golfo di Aden.

Una volta arrivate nei Paesi di destinazione, molte lavoratrici domestiche si trovano inoltre a operare in contesti poco regolamentati. In diversi Paesi del Golfo è ancora presente il sistema della Kafala, che lega il permesso di soggiorno della lavoratrice al datore di lavoro. Questo meccanismo può limitare fortemente la libertà di movimento e la possibilità di cambiare impiego o denunciare abusi.

La natura stessa del lavoro domestico, svolto all’interno delle abitazioni private, rende inoltre difficile monitorare le condizioni di lavoro e garantire la tutela dei diritti.

Molte donne raccontano di giornate interminabili, salari non pagati, documenti confiscati, isolamento e violenze fisiche e psicologiche.

Inoltre, le crisi e i conflitti che continuano a colpire diverse regioni del Paese — in particolare Amhara e Tigray — stanno aggravando ulteriormente la situazione. Molti giovani e adolescenti sono costretti ad abbandonare la scuola e non riescono ad accedere a opportunità economiche dignitose. In questo contesto, la migrazione continua a rappresentare per molte persone una delle poche strade percepite come praticabili.

Negli ultimi anni organizzazioni internazionali, sindacati e realtà della società civile hanno chiesto maggiori tutele per le lavoratrici domestiche migranti. In Etiopia, ActionAid insieme ai partner locali hanno lavorato anche per promuovere la ratifica della Convenzione ILO 189 sul lavoro domestico, uno strumento internazionale che punta a garantire diritti, protezioni e condizioni di lavoro dignitose alle lavoratrici domestiche. Ad oggi, però, l’Etiopia non l’ha ancora ratificata.

Come ha sottolineato Tinebeb Berhane, Direttore di ActionAid Etiopia:

“Dobbiamo lavorare insieme ai governi nazionali per verificare quanto siano sicuri questi ambienti di lavoro. Per sostenere i governi, le multinazionali devono rispettare i diritti delle persone del Sud globale. Devono attenersi alle loro stesse politiche. E la società civile, come ActionAid, deve continuare a studiare e raccontare la realtà sul campo.”

Costruire alternative, ampliare le possibilità di scelta

Accanto all’attività di advocacy, ActionAid Etiopia ha lavorato direttamente con le comunità per creare alternative concrete alla migrazione irregolare e rafforzare l’autonomia economica delle donne.

Attraverso percorsi di formazione, sostegno economico e accompagnamento all’avvio di piccole attività imprenditoriali, centinaia di donne hanno potuto sviluppare nuove fonti di reddito e ampliare le proprie possibilità di scelta. Circa 600 donne hanno beneficiato di questi percorsi di supporto.

Anche Aminat ha ricevuto formazione e un piccolo contributo economico per sviluppare la sua attività di preparazione e vendita di samosa.

Grazie alla formazione ho imparato a risparmiare”, racconta. “Con il sostegno ricevuto ho comprato farina, riso, olio e lenticchie per la mia attività. Ora voglio riuscire a mandare i miei figli a scuola.

La storia di Aminat ci parla di cosa significa essere alla ricerca di opportunità e del diritto di ogni persona a costruire il proprio futuro in condizioni di sicurezza e dignità.

La sfida, oggi, è garantire che le persone possano migrare in sicurezza, con diritti riconosciuti e tutele effettive. E, allo stesso tempo, creare le condizioni perché chi lo desidera possa costruire il proprio futuro nella propria comunità, senza essere costretto a scegliere tra la povertà e il rischio.

I risultati che abbiamo raggiunto

Dietro a questi numeri e a queste storie c’è molto di più. Ci sono vite cambiate, comunità più forti, e tanta speranza in una vita più dignitosa e serena.